È una delle vicende processuali più inquietanti e controverse degli ultimi anni. Oltre 40 udienze, indagini, perizie, centinaia di testimoni e decine di consulenti ascoltati. Alla ricerca di una verità che è sinonimo di giustizia. Il “caso” è quello di Stefano Cucchi, il geometra romano di 31 anni deceduto il 22 ottobre 2009 mentre era in custodia cautelare nel carcere di Regina Coeli, sei giorni dopo essere stato arrestato dai Carabinieri per detenzione di stupefacenti.

Per questa morte, sono stati rinviati a giudizio, al termine di un’inchiesta bis aperta dalla Procura capitolina, cinque militari per un presunto pestaggio ai danni del ragazzo. Un ruolo chiave nella vicenda lo ha avuto un carabiniere andriese, Riccardo Casamassima che, con le sue dichiarazioni, ha permesso di aprire un nuovo capitolo processuale, che adesso vede alla sbarra colleghi e superiori. Una testimonianza che sarebbe costata all’appuntato minacce, intimidazioni e demansionamenti da parte dell’Arma.

Il militare è stato ospite, ieri sera, di un incontro organizzato dall’associazione sociale e culturale “IdeAzione” nell’auditorium “Monsignor Di Donna” di Andria. Dal palco, ha parlato al pubblico (cosa che non ha voluto fare con i giornalisti, per motivi probabilmente legati al procedimento ancora in corso), ripercorrendo brevemente le diverse tappe dell’inchiesta giudiziaria, Su tutte, quella che parte dalle sue prime dichiarazioni, arrivate più di cinque anni dopo la morte di Stefano Cucchi.

Un momento di approfondimento, dedicato ad uno dei casi di cronaca nera più noti e discussi degli ultimi anni. L’occasione di riflettere sul senso stesso di giustizia: da una parte quella rappresentata dalla divisa, dall’altra quella ricercata in un’aula di Tribunale.