Negli occhi ancora le immagini riportate dal Centro Italia con intere città distrutte assieme a palazzi accartocciatisi senza lasciar scampo a centinaia di persone rimaste sotto alle macerie. Nella testa, forse per pochissimo tempo, la lezione che volta dopo volta questi grandi eventi catastrofici danno alla nazione intera, nessun territorio escluso. Ed allora prosegue il viaggio attraverso le professionalità del territorio del nord barese per cercare di comprendere quale è la situazione geologica, strutturale e di interventi.

E’ la volta dell’Ing. Michele Carapellese, andriese per diversi anni a Milano ed una vita tra case e fondamenta. Un ingegnere strutturista esperto in calcolo di strutture civili che dice: «Il territorio di Andria è classificato nella terza categoria, quindi a bassa sismicità. Ma aldilà della catalogazione, mi sento di dire che le abitazioni costruite dopo il 1980, ossia dopo il terremoto dell’Irpinia, e dopo l’entrata in vigore della normativa per le zone sismiche, sono costruzioni che non dovrebbero avere nessun problema – ha ribadito l’Ing. Carapellese – Riguardo alla normativa del 1980, anche se apparentemente diversa da quella del 2008, sono sostanzialmente simili quindi se la costruzione è stata ben progettata non corrono alcun pericolo. Certo se dovesse arrivare una scossa di terremoto così forte come quella del centro Italia ci sarebbero sicuramente delle lesioni ma fino ad arrivare al crollo è improbabile».

Ma il tessuto urbano della sesta provincia è sicuramente ricco di strutture precedenti al 1980: «Precedenti sia in cemento armato che in muratura è difficile ipotizzare qualcosa a meno che non si proceda ad un calcolo di verifica – dice ancora l’Ing. Carapellese – Perchè quelle in cemento armato erano calcolate solo per i carichi verticali anche perchè Andria è entrata nella rete sismica solo dopo il 1980. Quelle in muratura forse sono le più solide sotto un certo punto di vista perchè erano quasi sempre con murature portanti al massimo con un piano o due piani». Poi lo stesso Ing. Carapellese ci ricorda che in realtà l’adeguamento sismico non è obbligatorio perchè nessuna normativa costringe i cittadini a farlo: «Oggi la normativa non costringe nessuno a fare adeguamenti sismici, ed in genere le opere di miglioramento sono sempre individuate in rinforzi di carattere locale perchè l’adeguamento vero e proprio richiede spesso un calcolo di carattere globale. E questo ha un costo elevato. Quanti proprietari sono disposti realmente a farlo?».

Tanti i rimedi possibili: «Ci sono tanti sistemi che si possono utilizzare per il rinforzo di murature in pietrame o anche in cemento armato od in tufo – dice l’Ing. Carapellese – oggi ci sono tanti materiali specifici ma il problema è sempre chi paga. Pensate che lo stato che è obbligato per legge ad adeguare gli edifici pubblici, tipo scuole, caserme e ospedali, va a passo lento perchè soldi non ce ne sono. I privati sarebbero disposti?». Proprio per gli istituti scolastici, per esempio, esistono monitoraggi periodici ma non una mappa effettiva della situazione attuale: «Qualche edificio o qualche scuola sono state monitorata, ci sono sicuramente degli interventi che vengono effettuati da parte della provincia. Resto dell’idea che gli edifici costruiti dopo il 1980 dovrebbero essere sicuri, per gli altri serve un costante monitoraggio».

Ai cittadini non resta che un consiglio: «Il consiglio è quello che quando si vede qualche crepa bisogna interpellare un tecnico – ha concluso l’Ing. Carapellese – anche le strutture nuove possono subire problemi perchè il cemento armato non è un materiale eterno. A distanza di 2mila anni, infatti, troviamo ponti romani o costruzioni in tufo di ‘800 e ‘900, ma non so se le costruzioni fatte oggi in cemento armato tra duemila anni le troveremo ancora. Il cemento armato è costituito da pietra artificiale e da acciaio che comunque può essere intaccato dalla ruggine ed il calcestruzzo può subire fenomeni di carbonatizzazione e quindi subire problemi. Fare il libretto degli edifici è una cosa positiva un po’ come accade con il tagliando per l’automobile, anche se i costi sono elevati e dovrebbe essere lo stato ad aiutare i cittadini».