
«Deluso e amareggiato. Non sono solito intervenire in vicende nelle quali non vengo coinvolto direttamente. Preferisco osservare in silenzio, soprattutto quando si tratta della mia città. Questa volta, però, il silenzio sarebbe stato più comodo che giusto…» – sono le parole di Nicola Lomuscio, atleta andriese, affidate ad un post sulla sua pagina facebook a margine di un incontro organizzato nella scuola “Vaccina” ad Andria e che ha visto protagonisti Francesco Fortunato, Andrea Ribatti e Pasquale Selvarolo.
«Nei giorni scorsi ho appreso, attraverso i canali social delle testate cittadine e della stessa istituzione scolastica, dello svolgimento di un incontro presso la scuola secondaria di primo grado “Padre Nicolò Vaccina”, organizzato dal dipartimento di Scienze Motorie, durante il quale alcuni studenti hanno incontrato quelli definiti “tre campioni andriesi”.
Un’iniziativa certamente lodevole nelle intenzioni: raccontare ai più giovani il percorso di atleti partiti dalle strade della nostra città e approdati a livelli sportivi internazionali, sottolineando sacrifici, scelte difficili e i valori che lo sport è in grado di trasmettere. Ho sempre sostenuto che il futuro di una comunità passi inevitabilmente dai giovani: offrire loro opportunità, esempi e strumenti che spesso, in passato, non sono stati concessi a molti talenti locali. Delle perplessità a riguardo però, vengono da me riscontrate …
Mi spiego meglio.
Sono nato e cresciuto ad Andria. Qui ho frequentato le scuole, qui vivono i miei affetti, la mia famiglia e i miei amici. Tra quei luoghi c’è anche la scuola media “Padre Nicolò Vaccina”, che osservavo ogni giorno dalla finestra della mia stanza. È proprio tra quelle mura che è nato il mio amore per lo sport e per i suoi valori più autentici: lealtà, rispetto dell’avversario, amicizia, spirito di sacrificio e capacità di riconoscere il merito altrui.
Ricordo perfettamente quando il professor Giuseppe Marmo, storico docente di educazione fisica, mi diede la possibilità di rappresentare la scuola nelle gare studentesche di atletica. Indossavo con orgoglio la maglia della “Scuola Vaccina”. Dopo la vittoria provinciale ricevetti i complimenti pubblici della dirigente scolastica ‘Attimonelli’, davanti a tutta la scuola. Per un ragazzo, momenti così non si dimenticano. Segnano un percorso.
Da lì è iniziata la mia carriera sportiva e negli anni successivi è proseguita, forse meno celebrata, certamente meno esposta mediaticamente, forse lontano dai riflettori riservati ai nomi oggi celebrati, ma costruita con sacrificio reale e risultati concreti, dentro e fuori le piste.
Ed è proprio qui che nasce la mia riflessione. Andria può davvero vantare soltanto tre campioni? Possibile che la memoria sportiva cittadina sia così selettiva? Oppure si tratta semplicemente di scelte organizzative che, inevitabilmente, finiscono per escludere altre storie meritevoli di essere raccontate ai giovani? O forse esistono storie che semplicemente non rientrano nei circuiti giusti?
Nulla da eccepire nei confronti degli atleti invitati, professionisti con carriere rispettabili e percorsi importanti. Il punto non è il confronto sportivo, né tantomeno una competizione personale. La questione riguarda piuttosto il messaggio educativo che si intende trasmettere.
Perché quando si parla a degli adolescenti, non si celebrano solo persone: si costruiscono modelli. E i modelli dovrebbero essere scelti con trasparenza, credo.
Fa inevitabilmente riflettere che tra gli organizzatori dell’incontro compaia un docente coinvolto anche nella società sportiva fondata da uno degli atleti ospiti, insieme ad altri partecipanti alla stessa iniziativa. Coincidenze, certo. Ma che inevitabilmente alimentano interrogativi e, quando si educano giovani menti, anche le coincidenze meritano attenzione.
Lo sport insegna che l’avversario è un compagno di crescita. Insegna che il merito dovrebbe prevalere sulle appartenenze e che ogni percorso costruito con impegno merita riconoscimento.
Per questo l’amarezza non nasce dall’esclusione personale, ma dalla sensazione che una città ricca di esperienze sportive continui troppo spesso a ricordare solo alcune storie, dimenticandone altre. Si restituisce l’impressione — forse errata, ma difficile da ignorare — di una città che continua a distinguere tra storie di “serie A” e storie di “serie B”.
Forse qualcuno ha dimenticato. Forse non ci si è informati abbastanza. O forse è semplicemente più facile celebrare ciò che è già visibile.
Ma lo sport, quello autentico, non dovrebbe funzionare così.
Perché una comunità cresce quando riconosce tutte le sue storie, non solo quelle più comode.
E oggi, da cittadino andriese prima ancora che da atleta, non posso che provare amarezza».



































