E poi ce ne sono altri che continuano a vivere nei sorrisi della gente, nei messaggi ricevuti dopo le serate e in quella sensazione bellissima di leggerezza che ci si porta a casa tornando la sera. Le tre serate di “U murt ha parloit”, rivisitazione in chiave moderna di “Non ti pago” di Eduardo De Filippo portata in scena dalla compagnia teatrale dell’Oratorio Salesiano, hanno lasciato proprio questo: risate, emozioni, comunità e un forte senso di appartenenza.

Un successo andato oltre le aspettative, non soltanto per la partecipazione del pubblico, ma soprattutto per il clima umano che si è creato dentro e fuori dal palco. In tanti, nei giorni successivi, hanno raccontato di aver vissuto quelle due ore come un momento di respiro dentro le fatiche quotidiane. Qualcuno ha persino definito il teatro “terapeutico”.
Una parola forte, forse, ma che racconta bene quanto oggi ci sia bisogno di luoghi capaci di regalare leggerezza vera. Dietro le risate, infatti, c’è stato molto di più di una semplice commedia. Per mesi, persone diverse per età, carattere, esperienze e storie personali hanno condiviso prove, sacrifici, emozioni e voglia di mettersi in gioco, costruendo qualcosa che assomiglia molto ad una piccola famiglia.

Particolarmente significativo è stato il coinvolgimento dei più giovani: ragazzi neo diciottenni che hanno vissuto il teatro conciliando scuola, studio e vita quotidiana, spesso con i libri in mano anche dietro le quinte durante le pause delle prove. Il direttore dell’oratorio, don Donato, ha voluto sottolineare proprio il valore della fiducia reciproca e della responsabilità condivisa come elementi fondamentali per costruire relazioni autentiche in una comunità viva e gioiosa. Ed è forse proprio qui che il teatro incontra davvero la vita, perché il palco non insegna soltanto battute e tempi comici, insegna ascolto, collaborazione, presenza, responsabilità e rispetto dei tempi degli altri. Insegna a gestire le emozioni, a saper cadere e rialzarsi, ad avere un senso di timore e inadeguatezza e a vincere i propri limiti affrontando il palco e il pubblico.

Anche il regista – Michele Pomo – ha evidenziato l’armonia nata all’interno del gruppo:
persone diverse per età, sensibilità e storie personali che, nel tempo, sono riuscite a creare un clima umano autentico, unito e collaborativo.

Ed è proprio da questo spirito che è nata una scelta simbolica destinata a rappresentare il futuro della compagnia: dare un nome al gruppo. Un nome ispirato direttamente allo spirito e al carisma educativo di Don Bosco, che vedeva nell’allegria una forma di crescita umana integrale e comunitaria. “La santità consiste nello stare allegri”, diceva il santo dei giovani. Non un’allegria superficiale o costruita, ma una gioia profonda, capace di creare legami, accogliere le fragilità e regalare luce. E forse è proprio qui il senso più bello di tutto questo: in un tempo spesso dominato da rabbia, isolamento e competizione, c’è ancora chi sceglie di ritrovarsi dopo il lavoro, dopo la scuola e dopo le difficoltà della vita… per provare semplicemente a regalare sorrisi agli altri. Perché a volte il teatro non cambia il mondo, ma può cambiare una serata, e qualche volta, magari, anche alleggerire un po’ il cuore di qualcuno.