Riceviamo e pubblichiamo la nota stampa della Sinistra Italiana in seguito alla drammatica morte del rider 18enne nella tarda serata di ieri:

«Un silenzio rotto solo dal pianto straziato di una madre. Un vuoto incolmabile in una casa dove riecheggiano, come fantasmi, i sogni, le speranze, le risate di un ragazzo di 18 anni. “è stato morto un ragazzo” parafrasando un film recente. Non per una malattia improvvisa, non in un letto d’ospedale. È morto mentre lavorava. Mentre, come migliaia di altri ragazzi, correva su una bicicletta per consegnare un pasto, un pacco, un ordine. Per portare a casa quei pochi euro che gli avrebbero permesso di vivere un’età che dovrebbe essere fatta di leggerezza, non di bollette.

La dinamica dell’incidente stradale che gli ha strappato la vita sarà oggetto delle indagini. Ma fermarsi all’automobilista, al semaforo rosso, alla strada bagnata, è un errore crudele. È guardare il dito e non la luna. La colpa di questa morte, come di tante altre che rimangono nell’ombra, non è solo di un singolo, ma di un sistema economico schiavista che questa morte l’ha resa non solo possibile, ma quasi inevitabile.
Era un rider. L’ultimo anello di una catena di comando spietata, un sistema costruito per massimizzare il profitto calpestando la dignità umana. Perché la vera domanda da porsi non è solo come sia morto, ma perché stava lottando in quelle condizioni. Schiavitù moderna: consegnare la merce o la propria vita?

Avere e rispettare turni di lavoro disumani, sotto la pioggia battente, nel gelo dell’inverno o nell’afa torrida dell’estate, senza protezioni, senza tutele, senza garanzie. Essere sottopagati, spesso maltrattati verbalmente da clienti e algoritmi, costantemente ricattati dalla paura di una recensione negativa o di una decurtazione della misera paga. Tutto questo ha un nome preciso: schiavitù. Una schiavitù 4.0, ammantata di innovazione, ma con le stesse dinamiche di sfruttamento del secolo scorso.

Il perno di questo sistema è il tempo. Consegnare in un tempo previsto, sempre troppo breve, che costringe a corse contro il clock dove il semaforo rosso diventa un nemico, la strada dissestata un pericolo mortale, e il codice della strada un lusso che non ci si può permettere. Perché quel ritardo può costare il posto di lavoro, quella multa può azzerare il guadagno di una giornata. Qui sono italiani che sfruttano italiani.

E qui cade ogni retorica tossica. Non si può nascondere questa tragedia dietro la comoda etichetta dello “sfruttamento degli immigrati”. Qui ci sono imprese italiane, spesso grandi corporation, che sfruttano ragazzi italiani. Ragazzini che vogliono solo avere qualche soldo in tasca per permettersi una serata con gli amici, un abito nuovo, un cellulare, in un mondo dove i prezzi al dettaglio sono spaventosi e le paghe dei loro genitori spesso non bastano.

A 18 anni non si può morire di lavoro. Non si può morire per guadagnare, se va bene, 5 euro l’ora. Spesso molto meno. A 18 anni dovresti morire di noia in classe, non sull’asfalto perché un algoritmo ti imponeva una consegna impossibile. Noi sappiamo chi accusare: un sistema senza volto ma non senza colpe.

Noi purtroppo sappiamo chi accusare. Sappiamo chi denunciare. Ma non ha un nome e un volto. È un sistema. Un sistema di subappalto della responsabilità, dove la piattaforma si nasconde dietro un falso autonomo, lo Stato latita con leggi sul lavoro obsolete e inadeguate, e la collettività abbassa lo sguardo, complice, quando ordina una pizza con un clic senza chiedersi a quale costo umano arriverà a casa ancora calda.

Questo sistema è tutelato. È tutelato da un vuoto normativo che permette lo sfruttamento legalizzato. È tutelato da una cultura del lavoro che ha eroso diritti faticosamente conquistati, ridipingendo lo sfruttamento come “opportunità” e la precarietà come “flessibilità”.

Sinistra italiana oggi si stringe attorno alla famiglia di un ragazzo di un figlio non solo con il cordoglio, ma con la rabbia santa di chi sa che questa morte non doveva avvenire. La nostra battaglia, ora più che mai, deve essere quella di dare un nome a quel sistema senza volto. Deve essere quella di lottare per una legge che riconosca i diritti di questi lavoratori, che imponga minimi salariali, turni umani, formazione, sicurezza e protezione.

Dobbiamo smetterla di chiamarli “lavoratori della gig economy” e iniziare a chiamarli per quello che sono: vittime di un capitalismo predatorio. Onoreremo la memoria di questo ragazzo non solo con le lacrime, ma trasformando il nostro dolore in azione politica, in lotta sindacale, in proposta concreta.
Perché nessun altro ragazzo di 18 anni debba più morire per portare a casa uno stipendio da fame. Perché quelle risate e quei sogni non vengano più spenti da un sistema che dell’uomo ha fatto merce».