Più volte rotto dalla voce singhiozzante è questo il ricordo che Pinuccio Pomo ha riportato in mattinata per Michele Palumbo. Un ricordo di un “amico” fraterno, un ricordo di quelli veri e sinceri che ci è sembrato necessario pubblicare integralmente proprio per rivivere le emozioni di un momento di grande intensità pubblica e soprattutto privata.

«Caro Michele,
prima di pronunciare qualche inadeguata parola per ricordarti, devo esprimerti un cordoglio che a distanza di un mese non si attenua e che continua nel silenzio dell’anima a far sgorgare irrefrenabili lacrime di lacerante dolore.
Uomo mite, buono, gentile, sapiente, sensibile, sobrio. Non riusciremo a colmare il vuoto che hai lasciato. Non potremo riuscirci perché insostituibile punto di riferimento della nostra esistenza.
Il ricordo è ancora troppo fresco per tramutarsi in dolcezza.
Prevale il senso del danno irreparabile che l’Angelo della Morte, strappandoti troppo presto agli affetti, ha procurato a noi, alla tua famiglia, alla Comunità scolastica, alla Città.
Ma questo è il momento dell’omaggio.
La Scuola tributa un plauso perenne al professore che ha impartito lezioni di profonda scienza sapendo formare, al contempo, la coscienza critica di intere generazioni.
Una umanità nuova fondata su solidi principi etici, esemplificati dal tuo stile di vita.
Una lezione che non si esauriva nel chiuso di un’aula ma continuava nelle occasioni che la vita offriva.
L’autorevolezza con la quale porgevi concetti anche complessi come quelli di libertà, tolleranza, uguaglianza, onestà era accresciuta dalla chiarezza dell’esempio.
Nel Viaggio della Memoria organizzato, qualche anno fa, a Cefalonia, davanti al ricchissimo buffet preparato dall’hotel nel quale eravamo ospiti, uno studente ti chiese se fosse stato possibile prendere tutto. La risposta fu illuminante: “Proprio perché puoi prendere tutto devi prendere ciò che ti serve”. Mille paroloni sulla libertà non avrebbero avuto l’efficacia d’una simile lezione.
Ogni qualvolta ci si confrontava sulla politica, sull’attualità, sulla cultura, anche quando le posizioni divergevano, eri tanto rispettoso delle opinioni e delle persone da sopire la tua superiorità, soprattutto di fronte alle banalità e alla superficialità delle mie argomentazioni.
“Sì, – dicevi – ma posso dirti una cosa?” E mi correggevi, mi portavi a riflettere a riconsiderare, senza umiliarmi.
Era gentile e acuta l’ironia con la quale coglievi gli aspetti della vita rendendola gustosa, amabile anche quando la realtà era amarissima.
Durante la penosa malattia che lentamente ti ha portato a consumarti, sdrammatizzavi in questo modo la sofferenza: “Non c’è parte del mio corpo che non sia stata esplorata” e, ancora, “Ormai sono diventato esperto in pastina”.
Abbiamo coltivato insieme la passione per il teatro, per il cinema, per il cibo, per la musica, tanto da improvvisare interi dialoghi con le battute di film e di opere teatrali o con le parole dei testi delle canzoni.
Ricordo quando ti lasciavi pervadere dal fuoco sacro di Adriano Celentano. Allora cambiavi voce e ti muovevi come il super molleggiato. E poi le ore ad ascoltare Battiato, Conte, Jannacci, i Pink Floid e tanti altri.
C’è un aspetto che forse sono in pochi a conoscere. Michele è stato anche uno sportivo praticante. Ha giocato con noi a pallone, con scarsi risultati devo dire, ma è anche l’inventore, sì anche in questo campo era creativo, di un movimento nel gioco del basket che lui battezzò Fosbury Flop: un avvitamento nell’area avversaria con tiro a semigancio. La palla, senza toccare il ferro, si insaccava nella retina.
Pasolini, caro Michele, lo abbiamo scoperto grazie a te. Abbiamo scoperto che il pensiero dei Grandi precorre i tempi e che le analisi a posteriori oltreché tardive sono spesso inutili quando non dannose.
Se qualcuno avesse voluto fare un dispetto a Michele poteva invitarlo a tavola e servirgli le melanzane. Eppure, nel pranzo offerto da una famiglia palestinese in un altro Viaggio della Memoria, i nostri ospiti, ignari dell’avversione di Michele per l’ortaggio, ci servirono la loro specialità: melanzane ripiene. So che fu un supplizio per lui ma, come pegno di concordia e di amicizia, riuscì a mangiarle tutte non facendo trasparire il benché minimo disagio, lodando anzi la bravura della signora che le aveva preparate.
E tra il serio e il faceto avevamo messo su una serata conviviale che purtroppo non abbiamo avuto il tempo di celebrare: Il simposio, ovvero il banchetto della Ragione, ovvero la gola dei filosofi, ovvero la cena al lume della Ragione. Vi leggo il menu che avevamo concordato: L’insalata di olive greche e feta con mosto cotto di fichi di Platone; L’acquasale di Pitagora; La fonduta di pecorino con i dadini arrostiti di pane di semola di Epicuro; Le pappardelle con il guazzetto di baccalà ai pomodorini d’inverno e olive di Kant; L’insalata di patate di Heidegger; Le salsicce alla brace di Nietzche; Il parfait a “Il Caffè”.
E tra tanto senno, la serata si sarebbe conclusa con la celebre battuta di Totò: non è vero che l’appetito vien mangiando. In realtà viene a star digiuni.
Per tutto questo, anzi anche per questo, io, Nunzio, Savino, Andrea e Anna, Silvia, Peppino, Fabio e Rosangela, Riccardo, Franco e Giulia, Nicola, Savino, Sabino e Tina e tanti altri amici, per usare le parole di Battiato,: ti venivamo a cercare anche solo per vederti o parlare, perché avevamo bisogno della tua presenza per capire meglio la nostra essenza.
Ma tu il mese scorso ci hai congedato adottando le parole di Pasolini:
Me ne vado, vi lascio nella sera
che, benché triste, così dolce scende
per noi viventi, con la luce cerea
che al quartiere in penombra si
rapprende».