Il Covid-19 ha messo in luce anche il rovescio della medaglia di un sistema assistenziale che, pur essendo tra i più attenti del mondo, lascia per strada qualche tassello essenziale. Parliamo per esempio di un malato oncologico, asintomatico, ma che ha scoperto di esser positivo al Covid-19 ed ha necessità assoluta di effettuare medicazioni ed anche dei prelievi dopo aver, precauzionalmente, interrotto già dal mese di febbraio la chemio terapia ed aver evitato possibili ulteriori contagi autoisolandosi a casa. Una storia raccontata da sua figlia, una donna andriese che l’11 marzo scorso ha scoperto di esser positiva al Covid-19. Da qui l’inizio del calvario come ci racconta. Per lei fortunatamente lievi conseguenze nonostante la malattia che, invece, ha colpito in modo più serio sua mamma, un soggetto con gravi patologie pregresse, per cui è stato necessario il ricovero d’urgenza il 17 marzo a Bisceglie, positiva al tampone. Tre giorni fa, poi, il nuovo esame sia per la figlia, risultata negativizzata e dunque al momento guarita, che per il padre a cui invece l’esito ha dato la positività al Covid-19.

L’uomo, un paziente oncologico, ha necessità di medicazioni e soprattutto di prelievi di sangue ma anche di un esame diagnostico per permettere di monitorare il tumore di cui soffre. «Per i pazienti oncologici non solo non si sa come trattarli in caso di sintomatologie – denunca la donna – ma non esiste al momento un infermiere qui nel nostro territorio che abbia tutti i presidi di sicurezza necessari per fare almeno medicazioni e prelievi che servono all’oncologa per poter osservare da casa ed eventualmente intervenire con terapie di supporto». Mancano sostanzialmente degli infermieri che possano giungere a casa dell’uomo ed in tutta sicurezza aiutare ad assicurare un proseguo delle cure. Al momento l’uomo, ci dice sua figlia, è asintomatico e resta in osservazione con la speranza che naturalmente non insorgano complicanze che lo costringano al ricovero. Da ormai diversi giorni, in un dedalo di pec, mail e documentazione, la figlia ha già provato a coinvolgere le istituzioni che però, al momento, non hanno risposto presente. «Ho trovato anche dei laboratori di analisi disponibili a fare esami ad un paziente Covid19 positivo oncologico – ci spiega la donna – ma, giustamente, non possono accettare provette da infermieri non autorizzati. E’ assurdo – denuncia la donna – che non siano attivati canali con medici e infermieri che assistono a casa solo questi pazienti e che abbiano ricevuto i famosi DPI».

«Aiutatemi a tenere a casa mio padre con un infermiere per poter fare prelievi e medicazioni» è l’appello della donna che dice di sentirsi abbandonata sin dall’inizio di questo incubo. «Solo carte da compilare, email da inoltrare, chiamate ai diversi numeri. In molti – spiega la donna – non hanno capito la gravità della situazione». Ora tocca alla rete della solidarietà cittadina, nel caso in cui le istituzioni restino ulteriormente silenti.