
E’ l’episodio che ha scosso sicuramente l’inizio dell’ultimo Consiglio Comunale di Andria. E’ l’episodio che ha visto diverse prese di posizione ma che fino a questo momento non aveva ancora dato voce all’indiretto protagonista della vicenda. E’ una lettera aperta, che pubblichiamo integralmente, del Consigliere comunale Marco Di Vincenzo, a provare a chiudere una vicenda stucchevole che speriamo lasci un banalissimo insegnamento: anche nello scontro politico le parole pesano e devono esser utilizzate nel modo più corretto possibile soprattutto quando si è in un consesso pubblico. Ecco il testo integrale.
«Gent.mo Direttore, con riferimento al Tuo articolo dello scorso 18 febbraio, intervengo personalmente cercando di chiudere definitivamente una questione che mi ha visto ignaro protagonista durante la scorsa seduta di consiglio comunale. Ciò che, invece, più mi ė dispiaciuto davvero è che quel termine “riesumato”, utilizzato nei miei confronti da un collega consigliere di minoranza, ha visto te inerme ed incredulo destinatario, tanto da costringerti ad abbandonare l’aula; espressione che ha lacerato una ferita aperta più per Te e per i miei cari, che Ti erano accanto quel giorno all’ingresso della sala consiliare, che non per il sottoscritto. Sinceramente Ti dico che personalmente non mi sono sentito offeso e ferito da quella parola che il collega ha proferito, il quale tra l’altro, in un messaggio privato, ha ammesso di aver utilizzato in maniera inappropriata.
Certo, non ho accettato le sue scuse perché non ho nulla di che scusargli. Non io almeno.
Egli avrebbe dovuto in quel preciso istante, anzi dovrebbe ancora adesso atteso che non l’ha fatto, rivolgere le sue scuse a chi è stato direttamente colpito dalle sue quantomeno indelicate parole.
Io “tecnicamente” sono più miracolato che “riesumato”, ma queste sono questioni strettamente personali che non diffondo volentieri a mezzo stampa. Chi mi è stato vicino conosce le ben note vicende.
Per chiarezza, voglio dirTi che lo scorso venerdì ero in consiglio comunale per mia scelta, per riprendere le mie abitudini e tornare alle mie passioni, e per “onor di cronaca” sono arrivato alle ore 19,15 per impreviste questioni professionali (sì ho iniziato anche a lavorare) e non certo perché qualcuno mi abbia costretto affinché si raggiungesse il numero legale. Non ho colleghi così spietati e tengo troppo alla mia salute per porla in secondo piano rispetto al resto. La vita è fatta di priorità!
Eppure, pensandoci bene, se qualcuno avesse saputo contare, si sarebbe da subito reso conto che la mia “riesumazione” non era neanche determinante per il raggiungimento del numero legale, aldilà di quanto sia successivamente accaduto.
Detto ciò, ti devo confidare ad alta voce che tutta questa vicenda un po’ di amarezza me l’ha lasciata. Una domanda continua ad assillarmi dal momento in cui son venuto a conoscenza della cosa, motivo per cui ho pubblicamente denunciato l’episodio, e a cui non riesco ancora a dare risposta: la dialettica politica può trascendere a tal punto? La contrapposizione politica può trasformarsi in vera e propria “barbarie”?
Io in tutta questa situazione sono stato solo uno strumento, come avrebbe potuto esserlo chiunque dei consiglieri in aula, così come lo è stato in passato qualsiasi cittadino cui, ad esempio, qualche onorevole politico ha dato del “coglione” (termine letterale) perché elettore della coalizione avversaria.
Ritengo che, quando per conquistare un voto si gioca sul filo delle parole, quando si attacca senza regole e a testa bassa, quando si imputa ad altri una certa amoralità politica, si dovrebbe avere l’accortezza di essere titolari di qualità morali e personali che vadano oltre quelle di qualsiasi altro essere umano.
Non serve soltanto sbandierarle ai quattro venti – per auto-convincersi – che si sia portatori sani.
E qui, ahimè, di qualità morali e personali eccelse non ce ne sono, non ne vedo.
Pensi che mi sia arrivata una telefonata da qualcuno dei colleghi del “movimento” del consigliere coinvolto (candidati sindaci, rappresentanti regionali e nazionali) per stigmatizzare l’accaduto, per riderci e scherzarci su, anche per metterci simpaticamente una pietra sopra? Nulla.
Un solo messaggio, da un mio personale e carissimo amico, della cui amicizia vado fiero ed orgoglioso, e basta!
Perché, ormai è evidente, dai banchi di determinata opposizione, l’avversario politico è un nemico da eliminare.
Il fine politico va raggiunto con ogni mezzo, anche se, come nel caso dell’ultimo consiglio, un determinato provvedimento di politico non ha nulla, anzi, dev’essere approvato per il bene della Città, con un’ampia convergenza.
Non è un caso che, nonostante il clima teso e le rimostranze, pubbliche e private sull’accaduto, due giorni dopo la seduta consiliare, sempre dai banchi (o meglio in un video) della stessa minoranza si sia utilizzata la parola “consociativismo” per denigrare l’approvazione congiunta di quel provvedimento.
Così, giusto per continuare ad avvelenare il clima.
Alla luce di ciò, lascio una riflessione: a che punto è arrivata la contrapposizione politica?
A che punto arriva il livore verso chi non è allineato a questa finta animosità anti-politica, in cui gli “alternativi” sguazzano alla grande?
So bene che l’attacco ricevuto non è stato personale. So bene che nessuno dei colleghi porta rancore nei miei confronti.
Ma resta la cosa più grave, che il gesto sia stato intenzionale e volontario e, proprio per questo, sono preoccupato.
E non mi si venga a dire che lo si fa perché gli elettori vogliono così, perché gli elettori sono stanchi di questi politici.
Chi oggi ha questi comportamenti rappresenta elettoralmente meno di un quarto della città.
Io, personalmente, poi, non ho mai compreso la sfiducia incondizionata nella classe politica da parte dei cittadini e non la giustifico. Perché la classe politica è lo specchio dell’elettorato che va a votare, fa delle scelte e si assume le conseguenze.
Siamo diretta propagazione delle scelte dei cittadini e se qualcuno si sente meglio di altri, che lo venga a dimostrare sul campo.
È evidente che ad alcuni eminenti rappresentanti “cittadini”, con spiccato spirito machiavellico, importa solo raggiungere il traguardo, tralasciando il rispetto di qualsiasi regola di buona educazione e di riconoscimento della dignità umana.
La verità è che oggi sono stato io lo strumento, domani cercheranno un altro obiettivo da colpire.
Purtroppo per qualcuno, però, le mie spalle ormai sono larghe tanto da sostenere le mie “défaillance fisiche”. Le spalle dei miei amici e della mia famiglia ancora no. Ma sto lavorando affinché anche loro si tengano stretti a me.
Eppure, Direttore, Ti saluto affettuosamente, ringraziandoTi ancora, e dicendoTi che per un po’ ci ho creduto.
Ho sperato che il tutto potesse tornare subito nell’alveo di un brutto episodio.
Che potesse servire da insegnamento affinché, soprattutto tra i più giovani che si approcciano alla politica, l’utilizzo indiscriminato di determinati termini e modi beceri potesse essere sostituito da più semplice ed impeccabile ricerca e preparazione sugli atti amministrativi, che porti ad un’azione politica fatta di contenuti e non di squallide offese e attacchi personali.
Una preparazione che ti accresca anche e soprattutto personalmente.
Mi sono sbagliato.
Ho ancora troppa fiducia in una Città che è prima di tutto vittima dei suoi stessi comportamenti, in cui vi è una fascia di soliti noti “indignati in servizio permanente”, solitamente molto attivi sui social networks, i quali, a distanza di diversi giorni dall’accaduto, non hanno ancora, stranamente, espresso la loro opinione in merito a chi ha ricercato una sponda giornalistica per “denunciare” di aver visto riesumare in aula un consigliere comunale. Evidentemente trattasi di moralisti a corrente alternata, pronti a strapparsi le vesti per denunciare presunte storture della Città e della politica, sempre pronti a marciare per i diritti di chiunque, ora rigorosamente in silenzio quando c’è da rispettare la sofferenza e difendere la dignità dei familiari di un tanto vituperato “politico”.
Nello stesso tempo mi conosci, alla bagarre e all’indifferenza continuerò a preferire la competenza ed il garbo istituzionale per continuare a servire una Città che mi ha dato tanto e a cui devo restituire ancora molto.
Al momento, pur più forte e consapevole di prima, non mi resta che mettere un punto a questa triste storia ed insistere personalmente affinché, tramite questa mia, si comprenda quanto l’utilizzo improprio delle parole possa pesare come macigni e come determinati gesti ed omissioni possano essere peggio di pugnalate a sangue freddo.
In politica e nella vita di tutti i giorni!
Con affetto».
Marco Di Vincenzo





































