Home Attualità 2 novembre, don Ettore Lestingi: «Pensare alla morte è amare la vita»

2 novembre, don Ettore Lestingi: «Pensare alla morte è amare la vita»

Il pensiero del parroco andriese nel giorno della commemorazione dei defunti

La Chiesa oggi celebra la commemorazione dei fedeli defunti di coloro cioè “che ci hanno preceduti nel segno della fede e ora dormono il sonno della pace” (Canone Romano). Commemorare significa ricordarli tutti insieme e ricordare significa “riportarli al cuore”, quasi ravvivando non solo il dolore del distacco, ma la nostalgia di chi fu e che desideriamo incontralo di nuovo.

Paolo VI, pensando alla morte affermava: «Per vivere bene bisogna pensare sempre alla morte e per morire bene bisogna pensare sempre alla vita». Vita e morte non più in duello, ma quasi compagne inseparabili del cammino di ogni uomo. Così la vita e la morte si auto comprendono a vicenda e l’una diventa cifra interpretativa dell’altra.

Il Vangelo che la Liturgia ci propone nel secondo formulario della Messa dei Defunti ci prospetta l’incontro finale, universale e personale con Dio, che si presenterà a ciascuno di noi come Giudice e ci svelerà in un attimo l’inganno di una esistenza vissuta a prescindere da Lui che, come in un Avvento senza fine, “viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo”. (Prefazio d’Avvento)
Saremo giudicati, ma da chi, e su che cosa? Saremo giudicati da Dio che è Amore e l’amore non può tradire o rinnegare se stesso. Saremo giudicai sull’amore, su quanto abbiamo amato, forse anche sbagliando, purchè abbiamo amato, perché sarebbe bello che alla fine della nostra vita ognuno di noi potesse dire: “Ho amato sbagliando, ma non ho sbagliato ad amare”. E l’amore se vissuto nella sua intensità perdona molti errori. Ma se qualcuno rivedendo la propria vita si accorgesse di non avere amato e quindi, atterrito, sente rivolto a sé il grido del Giudice: “Via, lontano da me maledetti dal Padre mio …”, sia ben certo che Dio non solo ci giudicherà sull’amore, ma soprattutto saremo giudicati con amore. E ciò è fonte di speranza. Commemorare i nostri fratelli Defunti allora sia non solo un atto di pietas cristiana, ma soprattutto una revisione piena ed onesta della nostra vita e se c’è da cambiare non si attenda il domani, ma oggi, perché “oggi la salvezza entra nella nostra vita».

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