Dagli errori nella lingua latina, una delle scintille che hanno portato all’italiano, al linguaggio dei social media, passando per quello della pubblicità, del giornalismo, della politica, della satira.
Ad Andria, in due giorni, venerdì 26 e sabato 27 maggio, si è compiuto un viaggio secolare nel tempo e negli stili della lingua italiana, nella prima edizione di “Parolevolute, evoluzioni e involuzioni del linguaggio”, la rassegna a cura del comitato andriese della Società Dante Alighieri.
L’evento, patrocinato dal comune di Andria e dalla regione Puglia, ha conquistato il gradimento del pubblico, non solo locale, arrivato numeroso, e delle istituzioni.
«La partecipazione interessata e numerosa di studenti e ragazzi – ha commentato l’assessore comunale alla cultura, Luigi Del Giudice – rivela come ci sia una grande domanda culturale del territorio che ci impegna a proseguire su questa via, facendo di Parolevolute 2017 la prima di successive edizioni».
Soddisfazione ha espresso anche la presidente della società Dante Alighieri, la professoressa Marcella Corvasce.
«Siamo riusciti a riempire l’Officina San Domenico per due giorni e a tutte le ore – ha commentato – parlando della lingua italiana, di linguaggi e grammatica, di comunicazione e social media, abbiamo scommesso sulla cultura e lo abbiamo fatto con successo».
L’entusiasmo c’è lo hanno messo gli autori di Lercio.it, il blog di giornalismo satirico più seguito d’Italia, Adelmo Monachese e Vittorio Lattanzi, che hanno aperto la rassegna, venerdì pomeriggio, con una “lercio magistralis sul mock journalism”. Hanno svelato i segreti della parodia giornalistica, pratica complessa che nasce molto lontano nel tempo, di cui sono maestri.
Il giornalista Daniele Bellasio, caporedattore centrale web de Il Sole 24 Ore, ha affrontato il tema delle bufale e delle false notizie da un’altra prospettiva, spiegando come la rete, offrendo una immediata e vasta opportunità di confronto e verifica, sia uno strumento per individuarle e smascherarle, non solo per diffonderle in modo virale.
Ha fatto ricorso a una terzina dantesca il filosofo e giornalista Bruno Mastroianni, sabato mattina, aprendo la seconda giornata con una lezione sulla conflittualità insita nella comunicazione dei social media, intitolata “Fatti non foste per disputar come bruti”, suggerendo di cogliere nell’elemento che porta alle discussioni on line, la mancanza di affinità con un interlocutore, la spinta a essere sicuri di quello che si crede e, dunque, informati, e l’occasione di vedere il mondo da un punto di vista differente dal proprio.
Il momento centrale della giornata è stato riempito dalla gigantesca personalità di una donna minuta, protagonista storica della comunicazione e della creatività in Italia, Annamaria Testa, pubblicitaria, esperta di comunicazione, giornalista, saggista e docente universitaria. Ha svelato i mille sensi che una frase banale può interpretare e trasmettere se opportunamente manipolata dal contesto, dalla grafica, dallo spazio e da molti altri fattori. E lo ha fatto ricordando al pubblico la regola più importante per districarsi non solo nella lettura o nella scelta di un prodotto, ma anche nell’essere cittadini: sviluppare ed esercitare lo spirito critico.
Una immersione profonda e ad un tempo ironica e coinvolgente nella lingua e nella grammatica italiana, è stata quella compiuta dalla sociolinguistica Italo – ungherese Vera Gheno. La giovane collaboratrice dell’Accademia della Crusca, per il cui conto cura il profilo Twitter, ha saputo trasmettere in modo entusiasta e non dogmatico la necessità di un uso corretto della lingua italiana, suggerendo di non temerne gli inevitabili cambiamenti e di tenere conto delle differenti occasioni d’uso della lingua. E lo ha fatto, per una parte, portando in scena, in una sorta di pièce teatrale, con Bruno Mastroianni, un esempio di disputa felice, tanto agognata dal filosofo e giornalista.
L’appuntamento, alla numerosa e poliedrica comunità di appassionati che in questi due giorni si è ritrovata ad Andria, è alla prossima edizione di Parolevolute, ricordando, con le parole di Ludwig Wittgenstein che “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”.
