Riceviamo e pubblichiamo una nota a firma di Maria Pia Scaltrito, studiosa e ricercatrice:

«Questi di gennaio sono i Giorni della Memoria. Nelle scuole italiane, sui giornali, sui media si diffondono iniziative che dal 2020 inducono ad attraversare pagine di storia del Novecento. Sono le pagine della Shoah («tempesta devastante» in ebraico).

Da secoli, sono le più spaventose che la storia umana conosca per strategie, intelligenze impiegate, risultati ottenuti.  Pur non potendo fare stime precise, e in aggiunta ai numeri dei caduti in guerra, sarebbero 11-13 milioni circa le persone inermi trucidate per ragioni etniche, politiche, di fragilità fisica e psichica dai nazi-fascisti dal 1933 al 1945. Tra questi vi sono stati 6 milioni di ebrei europei, i due terzi della popolazione totale.

E tuttavia, durante queste settimane della memoria, cittadini e studenti possono anche conoscere fatti e protagonisti della Storia che oramai è diventata una disciplina marginale in Italia negli ultimi decenni. Ma poiché la perdita della storia per un paese democratico è l’inizio della catastrofe, grazie alla Shoah molti scoprono la storia del Novecento, degli italiani e degli ebrei italiani. Un libro recentissimo che consiglio è della storica Anna Foa, Gli ebrei in Italia. I primi duemila anni, Laterza 2022, dove ben si comprende l’originalità e la ricchezza dell’ebraismo italiano negli ultimi duemila anni. Scrittura agevole, competenze magistrali, soprattutto nei chiaroscuri dei rapporti storici tra il papato e gli ebrei.

Dove erano? Quanti erano? Come vivevano? E soprattutto: perché si è scatenata contro di loro un’onda mortale che li ha spazzati via quasi completamente dagli stati europei dove erano presenti da secoli o millenni? Perché il nazi-fascismo ha dichiarato la loro eliminazione totale? Nei decenni del nazi-fascismo, non soltanto si ricostruiscono emarginazione, ghetti, ostilità sociale e religiosa, già parzialmente caduti tra fine Settecento e Ottocento. Ma si proclama l’incompatibilità totale delle persone di origini ebraiche con il resto del genere umano (ascoltare le parole di Mussolini nel celebre discorso di Trieste del 18 settembre 1938 dove definisce «l’ebraismo mondiale nemico irreconciliabile del fascismo»).

Pur tuttavia, lo scopo di queste righe non è spiegare come, quando e perché è sorto e si è diffuso in Italia e in Europa l’antigiudaismo, l’antisemitismo e l’antisionismo. Termini che non hanno lo stesso significato, ma che spesso vengono confusi e usati per colpire ora la religione, ora gli ebrei in quanto persone, ora lo stato israeliano, sovrapponendo lo stato in sé con le politiche di governo che sono entità diverse (sono due settimane che a Tel Aviv 100 mila persone al sabato sera stanno democraticamente protestando contro le politiche del nuovo primo ministro avversato da tanti).

Lo scopo di questo intervento è occuparci di storia ebraica nei secoli precedenti il Novecento. Quando sono giunti gli ebrei in Italia in forma significativa?  Sappiamo che nei primi secoli dell’era volgare, fino al II-III circa, non vi era grande differenza tra cristiani ed ebrei nel Mediterraneo e che spesso essi erano mescolati, con matrimoni misti del tutto usuali, e che i cristiani abitualmente frequentavano le sinagoghe ebraiche durante le feste?

L’Italia, o meglio, il Sud Italia è stato il luogo più intensamente abitato dalle genti ebraiche dopo la grande Diaspora del 70. Dopo la distruzione a Gerusalemme del Tempio ad opera dei Romani, le genti ebraiche, tra cui le famiglie notabili di Gerusalemme, hanno portato le loro vite, i mestieri, le attività, gli affanni, a Roma e nel Sud Italia. E in particolare in Puglia, culla dell’ebraismo italiano ed europeo. Questo significa, per esempio, che quello che oggi chiamiamo ebraismo ashkenazita (il ramo culturale franco-tedesco) è una gemmazione dell’ebraismo pugliese altomedievale. Significa che per secoli, fino all’ultimo lungo medioevo, la Puglia ha ospitato nelle cittadine anche famiglie ebraiche che vivevano in quartieri aperti, dove le comunità più numerose avevano la loro sinagoga.

E tra le decine e decine di cittadine pugliesi, abitate da famiglie ebraiche fino all’espulsione definitiva del XVI secolo dal viceregno spagnolo di Napoli, vi era anche Andria.

Dove erano raccolti? Avevano una loro sinagoga? Ebbene, dopo aver restituito la localizzazione della sinagoga di Copertino nel 2012 con ancora in vita Cesare Colafemmina, chi scrive decideva di passare al setaccio tutti i documenti conservati nel Grande Archivio di Napoli riguardanti la storia ebraica della nostra città. Tra i documenti studiati, uno in particolare attrae le mia attenzione. E poi quella dei colleghi studiosi che fanno parte del mio entourage fra Italia, Francia ed Israele, tra cui anzitutto David Cassuto, a Gerusalemme, massimo esperto di architettura sinagogale nel Mediterraneo (la ricerca storica, come la scienza, è sempre una impresa collettiva).

Un documento notarile del 1201 è il cuore della ricostruzione storica. È rogato da un giudice regio, sedici vari convenuti tra testimoni, titolari dello ius patronatus e un diretto primo interessato (advocatus).  Riguarda l’affidamento di una cappella di Andria all’Abbazia di San Leonardo di Siponto. Per decifrare quanto sta avvenendo occorre servirsi di elementi di storiografia ebraica specialistica e di architettura sinagogale. Ogni elemento dell’atto viene quindi studiato per anni con il metodo critico-filologico:  il linguaggio giuridico usato, l’onomastica dei firmatari, il contesto storico generale, mediterraneo, regionale e locale, il significato simbolico dello scambio in danaro, lo statuto dello ius patronatus, il nome della cappella, l’architettura della stessa e il suo orientamento, la piantina del sito nei documenti dei secoli successivi, la comparazione delle vicende storiche di siti similari, la consuetudine normanna di affidare ai vescovi locali le giudecche e gli ebrei ivi residenti con  il loro locus Sinagogae fin dal secolo XI (come a Bari)…

Tutti gli elementi vengono comparati e dopo qualche anno ne siamo convinti (nel 2017 viene data una prima breve anticipazione in una pubblicazione).

Ne do qui per la mia città una sintesi: nel maggio 1201, davanti al notaio Guglielmo di Andria, quella cappella cittadina di San Giovanni Battista sita in loco plancole che si sta cedendo all’abbazia di San Leonardo di Siponto, nella persona del priore Pietro, è l’antica sinagoga degli ebrei di Andria. Prenderà successivamente il nome di Mater Gratiae con cui oggi è nota.

Tutti gli elementi analizzati indicano quanto segue. La sinagoga era stata ceduta per contingenze politiche e/o per conversioni più o meno volontarie nel corso del XII secolo. Come spesso succedeva, tuttavia, il controllo di questi luoghi sacri ebraici rimaneva sotto il controllo di famiglie ebraiche o di neofiti grazie allo strumento giuridico dello ius patronatus. Nell’atto ci sono i nomi di tali famiglie di chiaro lignaggio ebraico espresso nel patronimico. Negli altri nomi dei convenuti c’è la loro chiara origine: sono lo specchio delle culture bizantine, slave, normanne, latine del territorio. Una onomastica ricca che abbraccia le sponde del Mediterraneo, da Siviglia iberica all’Epiro bizantino alla Palestina, ulteriore conferma che i gruppi sociali e le loro storie in questa nostra terra sono plurali e mediterranee, da sempre.

Ed anche la quantità simbolica di monete d’oro intercorse raccontano una storia: sono trenta, un esplicito riferimento da contrappasso usato nelle transazioni fra cristiani ed ebrei dell’epoca, ritrovato anche in altri documenti coevi.

La costruzione attuale della ex cappella di San Giovanni Battista, oggi Mater Gratiae, risale al Seicento. Dell’antica cappella medievale ci restano tracce nella tessitura muraria dei prospetti Ovest ed Est. All’interno, lì dove la tradizione vuole che sia posto l’Aron ha-Qodesh, l’armadio del Rotolo della Torah, in una nicchia sul muro orientale, vi è un quadro della Madonna in uno dei suoi titoli. Come in Scola Nova a Trani, come per la sinagoga di Copertino dedicata all’Annunciazione. Come tante volte la ritualità cristiana sostituiva. I nomi della ridedicazione cristiana sono gli stessi scelti per decine di altri luoghi sacri ebraici, nomi delle figure comuni all’ebraismo e al cristianesimo: di solito San Giovanni Battista, la Madonna nei suoi diversi titoli, a volte san Bartolomeo. Più spesso la chiesa di San Bartolomeo veniva eretta ai confini o dentro le giudecche per invitare gli ebrei ad accettare la nuova fede (come fece Bartolomeo). Spesso accanto alla sinagoga vi era un cortile aperto, un giardino, come a Bari e Gravina. Era il luogo degli incontri sociali, dei servizi rituali, delle abluzioni (nella cultura ebraica bisogna lavarsi per prescrizione più volte al giorno). Anche questo giardino-cortile era attestato a fine Seicento per la sinagoga di Andria.

Se c’era una sinagoga così ampia e accogliente, doveva esserci in quel secolo XII una comunità numerosa e soprattutto doviziosa di almeno 40 capifamiglia, il numero necessario a erigere una sinagoga. Riteniamo provenissero anche da Bari, svuotata di ebrei e cristiani per le contese tra filonormanni e filobizantini che perduravano da un secolo (gli ebrei parteggiavano per i normanni). E soprattutto doveva esserci almeno un mikveh, un bagno rituale, indispensabile alla vita ebraica persino più di una sinagoga. Il che vuol dire che nei dintorni di Mater Gratiae, nell’antica giudecca, nascosta in qualche vano ipogeo, è possibile sia scampata alla distruzione una vasca rituale, di precise dimensioni, magari riutilizzata in seguito per altri usi (a Copertino inizieranno a breve, per delibera della Giunta comunale del dicembre 2022, nuove esplorazioni archeologiche al di sotto dell’area del sito sinagogale da noi attestato nel 2012).

Quel che è certo è che anche la nostra città aveva la sua grande sinagoga, in funzione durante il XII secolo, quando la regione e la nostra città in particolare, come Bari, fu percorsa dalle contese aspre tra Bizantini e Normanni. Mater Gratiae è dunque il luogo simbolo dove la memoria storica della città di Andria può raccogliere le sue antiche tracce ebraiche medievali, scolpite nella pietra. Certo non le sole. Altre sono sparse tra fogli documentali d’archivio e pagine di letteratura. Ma se ne potrà dire in successivi momenti, non certo come storia solo locale bensì come frammenti di una storia mediterranea ed europea».