Legambiente ed Onda d’Urto: «Per la falda inquinata di via Vecchia Barletta servono nuovi approfondimenti»

Le due associazioni scrivono agli enti: «Serve ricostruire in modo analitico il modello idrogeologico della falda»

Torniamo ad occuparci della falda inquinata scoperta in via Vecchia Barletta ad Andria grazie alla denuncia effettuata dalla famiglia Ferri e dalla nostra emittente. Questa volta a prendere carta e penna ed a scrivere ad Arpa Puglia, ASL BAT, Regione Puglia, Provincia e Comune di Andria, ci hanno pensato sia il circolo andriese di Legambiente che l’associazione Onda d’Urto. Una lettera con richieste specifiche ed una premessa chiara: in quel pozzo è stata rilevata la presenza di cloruro di vinile e tetracloroetilene oltre ad una elevata carica batterica, sostanze queste altamente tossiche che agiscono sul sistema nervoso centrale. La possibile cancerogenicità di tali sostanze è stata accertata anche dallo IARC (International Agency for Research on Cancer).

A partire da questa semplice premessa e viste le analisi sia private della famiglia Ferri che pubbliche e cioè quelle del dipartimento di prevenzione dell’ASL BT, Legambiente ed Onda d’Urto si chiedono come mai «a tutt’oggi non risultano adottati provvedimenti finalizzati alla ricostruzione analitica del modello idrogeologico della falda al fine di indagare efficacemente sull’origine della contaminazione delle acque sotterranee». Le due associazioni attraverso i loro presidenti, Larosa e Tragno, chiedono dunque agli enti preposti di «estendere la ricerca delle sostanze contaminanti anche negli altri pozzi ricadenti nel territorio circostante; nonché di predisporre le misure ed i provvedimenti necessari ad accertare e delimitare geograficamente il reale territorio interessato dalla contaminazione della falda sotterranea». Infine un’ultima richiesta ancor più chiara: «E’ necessario investigare scientificamente al fine di comprendere quali potrebbero essere le possibili fonti della contaminazione, e qualora la stessa fosse confermata, di predisporre gli opportuni studi che valutino il rischio sanitario ed ambientale sulle popolazioni esposte».

Le due sostanze tossiche, lo ricordiamo, sono specificatamente impiegate in ristretti cicli di lavorazione e potrebbero, come ricordano Legambiente ed Onda d’Urto «riguardare talune ristrette aziende ubicate nelle vicinanze». Nella missiva, infine, le due associazioni ricordano anche come proprio nelle immediate vicinanze del pozzo chiuso della famiglia Ferri, vi sia il Pozzo N. 4 della Regione Puglia le cui acque vengono utilizzate per uso irriguo alimentando i campi di circa 300 produttori agricoli. L’ARIF, l’agenzia regionale per le attività irrigue, precisò qualche mese fa, che “ci sono cariche batteriche anche nell’acqua che viene dal pozzo artesiano della Regione Puglia ma non sono tossiche e possono essere utilizzate per l’irrigazione”. «Non ci è dato sapere – concludono Tragno e Larosa – se l’ente della Regione Puglia si sia chiesto quale possa essere l’origine della carica batterica e se effettui un costante monitoraggio».