Nassiriya, Riccardo Saccotelli scrive a Mattarella: «Aspetto ancora giustizia e verità»

Nassiriya, Riccardo Saccotelli scrive a Mattarella: «Aspetto ancora giustizia e verità»

Una lunga lettera dell’ex carabiniere andriese sopravvissuto all’attentato in Iraq

Nel giorno del 14° anniversario della strage di Nassiriya, il carabiniere andriese Riccardo Saccotelli che ha rischiato di morire nell’attentato in Iraq, ha voluto scrivere una lettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nella quale chiede ancora verità e giustizia su quello che è veramente accaduto in quel terribile 12 novembre. Una lettera carica di rabbia quella di Riccardo che rimarca la totale assenza dello Stato Italiano: nessuna preoccupazione per chi quel giorno ha rischiato la vita, nessuna individuazione dei responsabili dell’errore logistico di scegliere come base un complesso situato lungo una delle strade principali di Nassiriya.

«Caro Presidente della Repubblica,

Sono reduce della Strage di Nasiriyah del 12 novembre 2003.

Le motivazioni che mi spingono a scriverLe sono tante e ormai legate nel tempo soprattutto a questioni di giustizia e verità. Dopo 14 anni non si è ancora celebrato alcun procedimento penale per strage e credo che solo questo possa bastare a motivare questa lettera con cui mi permetto di rubarLe qualche minuto del Suo prezioso tempo per chiederLe un incontro personale e privato.

Il mio primo pensiero corre oggi al giorno della strage quando ero morto per tutti. Lo leggevo nelle lacrime e negli sguardi dei colleghi che non riuscivano a guardarmi negli occhi. Persino i medici non avevano il coraggio di dirmi che stavo morendo. Ho passato quasi cinque anni da allora e per molti giorni alla settimana in ospedale. In molti ospedali italiani; e per quanto la cosa possa lasciare molti indifferenti, anche quando tutto è perfettamente fermo e vuoto, persino di notte nel deserto l’attentato è ancora li, nelle mie orecchie. Mentre dormo. Mentre tento di vivere una vita normale che normale non lo è più. Mentre la notte digrigno i denti fino a farli spaccare, mangiandomi le gengive, tentando di divorare l’ingiustizia di una teocratica assoluzione di uno stato che storicamente non è mai colpevole di nulla grazie all’esercizio democratico del facile abuso delle gerarchie e degli stretti vincoli nei rapporti gerarchici dell’esercizio deviato del potere che si assottiglia sempre più verso forme di eversione legale.

In tutto questo tempo nonostante ci siano stati più di 19 morti e 140 feriti, nessuna responsabilità è stata addebitata ad alcuno. Sono tutti senza colpa. Nessun procedimento disciplinare. Nessuna rimozione. Solo glorificazioni, onorificenze e corse in carriera ai vertici istituzionali per chi avrebbe almeno dovuto ammettere i propri errori. E allora le responsabilità di chi sono? Parlerò spesso di dovere. È la parola che le gerarchie più amano pronunciare quando esercitano il potere. Quando abusano delle loro posizioni. Quando omettono qualche piccolo errorino qua e là. Provo a ricordare ancora a memoria quella formula di giuramento di fedeltà alla Repubblica che ho prestato per ben cinque volte: “giuro di essere fedele alla repubblica italiana, di osservarne la costituzione e le leggi e di adempiere con disciplina ed onore tutti i doveri del mio stato per la difesa della patria e la salvaguardia delle libere istituzioni”. Mi chiedo spesso se questo giuramento valga per tutti. Se per il ministro della difesa e per i suoi direttori generali e amministrativi valga lo stesso giuramento o ne siano immuni ed esonerati. Immunità e impunità che talvolta sembra derivino proprio dall’esercizio del potere. Dall’abuso della posizione e del grado gerarchico. E al mio rientro in Italia, provenendo da un’educazione cristiana salesiana e dal pragmatismo del mondo del volontariato, non ho potuto fare a meno di notare quanto lo stato mi avesse completamente abbandonato. Sotterrato. Fratello del nulla. Quello che voglio dire, insomma, è che se allora siamo stati considerati vittime fasciste e di destra e quindi assolutamente non assimilabili ad alcun’altra vittima esistente (non a caso i giornali titolarono l’attentato di Nasiriyah come il più grande evento bellico dalla fine della IIa grande guerra) è solo perché la destra al governo voleva assolutamente che l’apparente missione umanitaria desse una spinta alla retorica populistica, patriottica e nazionalistica di cui storicamente si è nutrita, e che non fosse dissacrata dalla sinistra di cui temevano appunto le organizzazioni sociali, combattentistiche, partigiane.

Vittime noi di una guerra che nessuno voleva vedere. E che era sotto gli occhi di tutti. Non posso, tantomeno, evitare di ricordare l’approvazione del lodo salva generali con cui si è permesso che da un lato quel giuramento equivalesse a un’autentica immunità, dall’altro come un vincolo formale di sudditanza servile a vita: perché se giuri fedeltà alla repubblica devi star zitto. Non servitore ma servo, come il retaggio fascista che si annida nelle file continua a pretendere. Fedeltà assoluta, abnegata e che tuttavia assume i toni dell’ignoranza o della demenza a seconda dei casi e dei modi in cui la si eserciti. “Ricordo, a questo riguardo, la nuova legge sulla disciplina che ha stabilito principi profondamente innovativi, con la finalità di promuovere l’intelligente e responsabile partecipazione del cittadino in armi alla vita militare e di formare collaboratori attivi e non semplici esecutori di ordini”. Così auspicava il Presidente Pertini nel lontano 4 novembre 1978. Ossia non potevamo essere vittime di guerra, perché per la sinistra italiana – ideologica e fortemente radicalizzata nelle sue posizioni – non eravamo servitori dello stato ma occupanti mercenari al servizio di un governo di destra. Servi, appunto. E ancora una volta, servi di padroni e non di padri costituenti e nemmeno di uno stato riconosciuto come unitario e repubblicano. Una sola opzione restava possibile: dimenticare Nasiriyah e l’Iraq. Lo Stato ne sarebbe uscito comunque salvo adottando inesaustivamente una tenace condotta omissiva e compartecipata e tutte le misure necessarie per rendersi immune. Sentenze alla mano, ne resta oggi una perfetta e democraticissima auto-assoluzione non priva però di dimostrata colpevolezza. L’Iraq insomma è diventato un buon brutto ricordo da seppellire e rimuovere in fretta e di cui evitare di parlare. Perché la vergogna politica pian piano è diventata bipartisan. Condivisa. Coperta dalla legge. Le responsabilità politiche pian piano comuni, compartecipate e sotterrate. E se dopo quattordici anni siamo ancora qui e a questo punto è proprio perché non c’è stato rappresentante delle e nelle istituzioni, pronto ad assumersi alcuna minima responsabilità sapendo di poter contare su quella copertura di garanzia di cui ho fin qui detto. Allora, credo, questa storia prima di essere dello stato-nazione-patria, prima di poter essere scritta sui libri, diventa soltanto la storia umana della mia vita privata. Un comune incidente sul lavoro e non al servizio del paese. Perché a Nasiriyah c’ero con la mia vita, il mio sangue, il mio dovere fatto fino in fondo. Perché al di là di questa bella analisi socio-politica, se lo stato non dimostra di esserne degno, la mia storia deve rispettosamente appartenere solo a me e non all’indegna collettività. Perché al di là dei bei discorsi da 12 novembre, è proprio grazie a Nasiriyah che quella interruzione della soluzione della continuità sociale nel paese che c’era quattordici anni fa si sia lentamente sgretolata. Perché a Nasiriyah non eravamo solo a vigilare sugli interessi economici dell’ENI, ma sul buon nome della povera gente e – mio malgrado – sulla faccia dei nostri politici e di quei rappresentanti delle istituzioni che si sono poi elevati a tutori e difensori dell’amor patrio. Piangendo in pubblico la loro disumana solidarietà senza aver neanche mai messo piede su quel territorio a me sacro. Così oggi a questo siamo arrivati: alla mercificazione persino della giustizia. Al mettere sul piatto di un sistema malato la mia richiesta di verità come in un supermercato. Non ho mai chiesto giustizia se non come conseguenza logica delle responsabilità a cui ciascuno è chiamato. Ho chiesto verità. Il perdono poteva arrivare di fronte all’assunzione di un atto di responsabilità pubblica dello stato e dei suoi imputati che furbamente hanno sempre tenuto la bocca saldamente chiusa. Ed il senso alto della democrazia frainteso e usato come arma di ricatto, di corruzione, di scambi di silenzi da parte di chi sapeva. Il silenzio sommesso del processo, sul processo. Il bassissimo livello del coinvolgimento pubblico e la mercificazione persino di quel giuramento di fedeltà per cui i colpevoli fanno carriera nei vertici delle istituzioni nella normalità di uno stato abominio e sulla pelle di chi invece ha pagato con la propria vita e sulla propria pelle il prezzo di una missione economica e di guerra. Ma è dovere di ogni comandante, invece,: “Senza risparmio di energie fisiche, morali ed intellettuali affrontando, se necessario, anche il rischio di sacrificare la vita (art. 9) curare le condizioni di vita e di benessere del personale (art. 21); assicurare il rispetto delle norme di sicurezza e di prevenzione per salvaguardare l’integrità fisica dei dipendenti (art. 22) – DPR 18 luglio 1986, n. 545”.

Non sarà – quindi – giustizia per me. Comunque. È storia, ormai come lo è il silenzio tipico di chi ha collaborato alla celebrazione del più iniquo esercizio del potere ma sempre nei limiti stabiliti dalla costituzione e dalle leggi, nell’assurdo rispetto di quel giuramento prestato. Del proprio dovere, appunto. Così inutilmente spero, ancora un’ultima volta, di meritarlo un incontro anche informale, affinché possa manifestarLe direttamente il peso che tutta questa vicenda ha tuttora nella mia vita quotidiana. In fin dei conti sto facendo anch’io – e fino in fondo – solo il mio dovere».